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Omelia frate Mario Favretto, 10 settembre 2017, Festa Ex Allievi.

Ascoltare la parola del Signore qui, sulla tomba del Padre, vuol dire per noi avere già un esempio e un insegnamento su come si può attuare il Vangelo appena proclamato, il Vangelo di Gesù; vuol dire renderci conto di quanto sia attuale l’Opera nata dal cuore e dal coraggio di Padre Olinto Marella. Il primo tratto della sua carità è indubbiamente il servizio ai poveri, o meglio il servizio ai più poveri dei poveri. Questo è il tratto più conosciuto e più popolare di Padre Marella. Ma c’è un altro tratto della figura e dell’attività del Padre che va considerato e che acquista maggiore evidenza dopo aver ascoltato questo Vangelo.

Ai tempi di Padre Marella, siamo nell’immediato dopoguerra, la società era profondamente divisa. Gli animi delle persone erano divisi e non mancavano anche fatti gravi di violenza, anche qui in città, anche qui in Bologna. Egli invece, lavorando con le persone, entrando nel loro animo, circondandosi di persone da cui tirava fuori l’animo buono, la buona volontà, e tirandole dentro l’area della collaborazione e nel clima di pace, ecco che via via egli comincia a trasformare la città e il contesto in cui sta vivendo.

Da poco tempo ci ha lasciato improvvisamente il nostro presidente dell’Opera, Osvaldo Zocca, lui che era stato uno dei primi ragazzi del Padre e che bene l’aveva conosciuto. Memori e grati per quanto il Presidente ha dato all’Opera negli anni, proviamo ora, adesso, in questa occasione ad avvicinarci allo spirito, alla carità, al carisma di padre Marella attraverso i ricordi di Osvaldo, attraverso la sua esperienza che più volte ha avuto modo di condividere e di manifestare. Ci racconta Osvaldo che quando il Padre si avvicinava o lo si incontrava, il primo approccio non era così accattivante, invitante. Anzi, a cominciare dal suo abbigliamento, quel suo cappotto nero che abitualmente portava, i suoi vestiti sempre scuri o neri, faceva impressione soprattutto ai più giovani, ai ragazzi. Ed egli appariva anche un po’ strano, diverso dagli altri preti o dalle altre persone. Ma dopo poco la sua affabilità e la sua dolcezza conquistavano ogni persona e particolarmente i più giovani, i più piccoli. Ed ecco che anche i bambini allora, andando oltre il vestito, che passava in secondo ordine, vedevano e coglievano l’animo buono di lui che anche con i bambini trovava modo e tempo per intrattenersi personalmente, e per parlare con loro, uno ad uno, ci dice sempre Osvaldo.

Le sue relazioni erano abitualmente accompagnate da tanta umanità, ed erano accompagnate da piccole e semplici attenzioni che ne rivelavano l’animo buono e ti facevano stare bene: rimboccare le coperte ai più piccoli, per esempio, ricordare all’amico di procurare un regalino per la moglie per una circostanza. Erano segni della sua sensibilità e di una profonda umanità. Qualche volta il denaro, che Padre Marella raccoglieva alla questua in via Orefici, non era sufficiente per le necessità che incontrava e allora non esitava ad usare la sua pensione: quel poco che riceveva per il suo sostentamento, soprattutto quando nel bisogno trovava dei ragazzi, e tra questi non i più bravi, ma i più bisognosi.

Quando occorreva, Padre Olinto si sporcava le mani, si sporcava anche le vesti, si sporcava tutto. Lo faceva attivandosi, mettendosi anche lui a lavorare, ad aiutare. Lo faceva spesso provvedendo al trasporto dei materiali, delle cose. Si sporcava quando egli stesso andava a prendere e trasportare le cassette di cibo che i mercati generali gli offrivano per i ragazzi.

E sempre Osvaldo che ci ricorda e che condivide con noi come l’ha conosciuto: fin dall’inizio dell’Opera, racconta, Padre Marella si era preoccupato di dare un’istruzione ai ragazzi che accoglieva, non pensava solamente a dare loro del cibo o un vestito, ma a dargli anche una preparazione, una istruzione, perché non voleva che potessero essere discriminati, diversi dagli altri. Poi impegnava i più grandi dei ragazzi perché insegnassero ai più piccoli. Ma le finezze della sua carità e della sua sensibilità si rivelavano nella sua insistenza perché oltre a questo insegnamento, apprendimento, che voleva che ci fosse, voleva garantire la frequenza a scuole riconosciute, in modo che i ragazzi potessero avere un diploma. Poi il padre organizzava per loro attività culturali, come il teatro, la filodrammatica, e anche attività sportive organizzando le squadre di calcio.

E questo senza badare a risparmi, a spese perché i ragazzi dell’Opera e della Città dei Ragazzi non si sentissero inferiori agli altri, con meno opportunità degli altri. E così padre Marella portava lui stesso i suoi ragazzi a mostre e musei e quando trovava resistenze per farli entrare, dice Osvaldo che diventava come una furia, perché non sopportava vedere discriminare i ragazzi, i giovani.

Un ricordo di padre Marella che commuoveva Osvaldo era l’amore per i sacerdoti, che erano andati, diciamo, “in disgrazia” con le autorità ecclesiastiche, con qualche vescovo. Egli stesso ne aiutò parecchi: mostrava loro tutta la comprensione e l’affetto perché lui stesso aveva conosciuto quella esperienza, lui stesso aveva vissuto questo distacco, questa incomprensione con sofferenza e con fede. Perciò ci metteva tutto l’animo e l’amore per aiutare questi sacerdoti.

In tutta la figura e la vita di Padre Marella vediamo i tratti del discepolo di Gesù che vive una costante e sana inquietudine che lo spinge a cercare continuamente chi ha bisogno, di chi è in difficoltà, per offrire consolazione, per donare aiuto, far fare ai piccoli e ai grandi l’esperienza della bontà e della carità del Signore. Bontà e carità che passano sempre attraverso l’attenzione e l’aiuto dei fratelli. Ecco perché ci dobbiamo sentire oggi noi chiamati, interpellati a farci tramiti e strumenti di questa bontà e questa carità che deve passare nel cuore e nell’animo di tante persone, di tante vite. E sempre Osvaldo che riassume l’Opera di padre Marella con queste immagini: don Olinto aveva l’abitudine di passare la frutta che gli era stata donata, toglieva la parte ammaccata o rovinata, e poi la metteva sulla tavola, e così, diceva Osvaldo, ha fatto con noi, con i suoi ragazzi: ha tolto la parte ammaccata delle nostre brutture e ha fatto emergere la polpa buona che c’è in ognuno, anche nelle situazioni o nei casi più scabrosi per quanto riguarda la moralità.

Padre Marella era un pedagogo esigente sì ma amorevole, tanto. Dentro, diceva, aveva l’Amore di Gesù, Amore che alimentava soprattutto centrando l’Eucarestia. Fratelli e sorelle cari, ora noi stiamo celebrando l’Eucarestia. Noi siamo qui accanto al nostro Padre Marella; noi lo portiamo nell’animo, il suo carisma e il suo spirito. Anche noi, celebrando l’Eucarestia, sappiamo che dentro quell’Amore di Gesù che dona la sua vita, c’è anche l’Amore di padre Marella che ha dato la sua vita per gli altri. Sentiamo che dentro quella comunione, così chiamiamo l’Eucarestia, che ci dona il Signore, c’è la Comunione anche con il nostro Padre Marella. Facciamo quindi in modo che questi segni di bontà, di carità, di amore, tengano vivo in noi il desiderio di rispondere prontamente e sempre al Signore che oggi, adesso, a noi chiede l’amore vicendevole, l’amore al prossimo, che oggi a noi viene a chiedere la carità. 

 

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