In occasione dell'uscita del nuovo numero del trimestrale, dedicato al tema degli anziani e dell'invecchiamento, abbiamo intervistato la dott.ssa Maria Lia Lunardelli, Direttore della UO Geriatria dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna Policlinico S.Orsola Malpighi.

Grazie alla dott.ssa Lunardelli avremo una panoramica competente e ragionata sull'invecchiamento e le malattie neurodegenerative.Pubblicheremo l'interessante intervista in tre tranches.

Come è cambiato il rapporto tra aspettativa di vita e qualità della stessa? E come sta mutando lo scenario dell’invecchiamento?

 

Dalla fine degli anni 80, quando l’aumento dell’aspettativa di vita cominciava ad essere concreto e sostanziale negli ambienti gerontologici e si diffuse lo slogan   “non dare solo più anni alla vita , ma più vita agli anni”. Con questo non si voleva negare l’importanza dell’aumento degli anni da vivere, che rappresentano per l’umanità una conquista e una opportunità, ma puntare l’attenzione sulla necessità di trasformare questo capitale di anni guadagnati in un periodo di buona qualità della vita in autonomia e in buona salute spostando le curve delle morbilità e della disabilità verso quella della mortalità .

Nel corso dei decenni l’aspettativa di vita ha continuato a crescere: nell’ultimo rapporto Health at a Glance OCSE del 2019 l’Italia ha la quarta aspettativa di vita più alta e una mortalità prevenibile tra le più basse dell'OCSE, confermando lo stato di buona salute degli italiani e l’efficienza del nostro sistema sanitario.

Ciò è testimoniato anche dal fatto che si sta assistendo a un ringiovanimento biologico della popolazione anziana, in particolare quella dei baby boomers, nati negli anni del boom economico che hanno avuto condizioni di vita migliori rispetto ai loro padri. In conseguenza di questo, da circa un anno si è spostato il limite dell’età geriatrica da 65 a 75 anni.

All’interno della popolazione anziana il numero degli ultra80enni sta crescendo in proporzione maggiore rispetto alle altre fasce di età: nel 2017 era il 6,7% della popolazione e si stima che entro il 2050 più di 1 persona su 8 avrà 80 o più anni.

Quindi se negli anni a venire ci dobbiamo aspettare un aumento degli oldest old (grandi anziani >85) è molto importante tenere presente quanto già noto e cioè che per i 65enni di oggi, con un guadagno di 22 anni per le donne e di 19 per uomini, si stima che più di un terzo di questi anni, rispettivamente 8 per le donne e 7 per gli uomini, siano vissuti in condizioni di scarsa qualità della vita e con limitazioni funzionali. Quindi gli ultimi anni di vita saranno caratterizzati dall’associarsi di più malattie croniche, maggiore vulnerabilità e declino funzionale con conseguente frequente ricorso alle cure sanitarie in forma di degenza o con necessità di cure di lungo assistenza in strutture sanitarie o residenziali.

A fronte di questo enorme fenomeno demografico ed epidemiologico in Italia manca una adeguata programmazione soprattutto per l’assistenza a lungo termine: nel 2017 la spesa per questo tipo di cure è stata inferiore allo 0,6% del PIL con un numero di posti letto dedicati che risulta essere il quinto numero più basso tra i paesi OCSE.

 

Lei lavora quotidianamente con la complessità patologica dell’anziano. Quali sono le difficoltà più grandi che si trova ad affrontare?

La disciplina della geriatria è nata per affrontare in modo nuovo la complessità biopsicosociale che le persone che invecchiano hanno posto alla medicina, spostando l’attenzione dalla malattia e gli organi malati alla persona nella sua globalità e in particolare al mantenimento dell’autonomia pur in presenza di malattie croniche che spesso non guariscono. L’enfasi nella nostra pratica è posta sulla capacità di affrontare le reali priorità di salute all’interno della complessità della multipatologia e la polifarmacoterapia e identificare il percorso e gli interventi di cura più appropriati per ogni singolo paziente tenendo conto non solo dell’insieme delle problematiche mediche ma anche di quelle funzionali, cognitive affettive e sociali. Con la geriatria si sono sviluppati i concetti di valutazione multidimensionale, di cure individualizzate da realizzare attraverso una pianificazione condivisa con il paziente e/o il familiare. Quello di cui attualmente si sente maggiormente la necessità e che richiede un investimento organizzativo oltre che professionale è la capacità di integrare professionisti dell’ambito sanitario e sociale appartenenti spesso a istituzioni e strutture diverse affinché tutti siano in grado di realizzare la continuità superando la frammentazione dei servizi in modo che non vi sia soluzione di continuità tra ospedale e servizi territoriali. E quando vi sia un caregiver di riferimento questo deve essere aiutato a svolgere il suo ruolo e non lasciato da solo dal sistema dei servizi.

Per raggiungere questi obiettivi è necessario ripartire da alcuni nodi portanti che nella regione Emilia-Romagna sono stati realizzati nel campo dell’assistenza geriatrica: reti geriatriche ospedaliere che hanno dimostrato di gestire l'anziano ricoverato in maniera più efficace ed efficiente rispetto ai modelli tradizionali (riduzione della disabilità, dimissioni protette, riduzione dei ricoveri prolungati), modelli innovativi di collaborazione multidisciplinare come l'ortogeriatria che sono ormai diffusi  in tutta la regione e quelli in sviluppo con i dipartimenti di emergenza urgenza (team geriatra e infermiere di continuità) e la gestione integrata dei pazienti anziani oncologici e chirurgici. Anche nel campo delle demenze i geriatri svolgono una importante attività nei Centri per la diagnosi dei disturbi cognitivi e delle demenze il cui PDTA regionale è stato  di recente  licenziato e i PDTA aziendali sono in corso di revisione in questi mesi. 
A partire da queste realtà è necessario realizzare una maggiore integrazione con i servizi territoriali in modo da avere più flessibilità e circolarità nella risposta al bisogno espresso in un determinato momento con una pianificazione che tenga conto del percorso di cura nel tempo. Bisogna inoltre considerare che in questa progettualità generale la componente sanitaria deve cercare la partnership del sociale e delle associazioni che potrebbero contribuire in maniera determinante a contenere i costi e soprattutto a sviluppare un'idea di comunità (co-housing e comunità sempre più amiche degli anziani con problemi di vulnerabilità fisica e sociale e con riduzione delle funzioni cognitive). Anche la parte di prevenzione della fragilità dovrebbe essere sviluppata da questo progetto complessivo all'interno delle case della salute in collaborazione con la sanità pubblica (vaccinazione antinfluenzale, antipneumococcico e anti H.zooster, interventi preventivi per la malnutrizione e la perdita muscolare e l'esercizio fisico) .

[La seconda parte dell'intervista proseguirà nei prossimi giorni]

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